Un gigante demografico nel cuore dell’Asia

Distribuito su più di 17.000 isole che si estendono tra l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico e più di 270 Milioni di abitanti, l’Indonesia è oggi la quarta nazione più popolosa del pianeta. Non si tratta solo del più grande arcipelago del mondo, quanto di uno dei paesi più dinamici del continente Sud-Est asiatico. Questa complessità geografica, questa immensa distesa di terre e mari ospita una straordinaria diversità culturale e naturale che si riflette anche nella società: centinaia di gruppi etnici, più di 700 lingue e alcuni degli ecosistemi più ricchi del pianeta, dalle foreste tropicali di Sumatra e Borneo ai fondali marini di Raja Ampat, dai mercati affollati di Giava ai villaggi remoti della Papua, ogni angolo racconta un frammento di un mosaico umano senza eguali. La posizione strategica ha fatto di questa terra un crocevia di commerci, culture e religioni, rendendola ad oggi una nazione unica che conosce modernità e tradizioni millenarie. Qui, nel cuore dell’Asia, la diversità non è solo un dettaglio, ma l’essenza stessa di una nazione che cresce, si trasforma e cerca il proprio posto in un mondo sempre più interconnesso.

Il peso di una capitale che affonda

Giacarta, l’attuale caotica capitale dell’Indonesia con i suoi 30 Milioni di abitanti solo nell’area metropolitana, rappresenta un caso emblematico di crisi urbana multilivello, derivante dalla combinazione di fattori socio-economici che si intrecciano in un quadro complesso. Parliamo di una città che incarna al tempo stesso la forza e la fragilità di una megalopoli in continua espansione, ma anche in profonda crisi. Sul piano ambientale, la città è colpita da gravi fenomeni di subsidenza, fenomeno per cui il terreno si abbassa lentamente, come se sprofondasse. A Giacarta questo avviene perché la città estrae enormi quantità di di acqua dalle falde sotterranee per soddisfare il fabbisogno idrico della popolazione. Quando queste falde si svuotano, il terreno sopra non ha più “sostegno” e inizia a collassare. Secondo i dati del World Bank e del Jakarta Environmental Agency, alcune aree della capitale affondano fino a 25 cm l’anno, rendendo la capitale una delle città che sprofondano più rapidamente al mondo. In più, secondo le stesse stime, gran parte della città rischia di sprofondare completamente entro il 2050, complice anche l’innalzamento del livello del mare. Questa vulnerabilità è aggravata dalle inondazioni cicliche, spesso legate sia a piogge monsoniche intense che al mancato controllo delle acque e la crisi ambientale ed infrastrutturale, segnata dalle inondazioni ricorrenti che paralizzano interi quartieri, aggravate, appunto, dal fenomeno della subsidenza, aggrava la situazione. A ciò si aggiunge la crisi del traffico e della mobilità urbana: la città conta oltre 30 Milioni di abitanti nell’area metropolitana (Jabodetabek) con una rete di trasporti storicamente inadeguata a supportare la densità urbana. milioni di pendolari trascorrono ore bloccati in ingorghi cronici, rendendo la città tra le più congestionate del mondo. Questi ingorghi generano perdite economiche stimate in circa 7 miliardi di dollari l’anno (Asian Development Bank). Non meno importante è la crisi sociale ed economica, dove la rapida urbanizzazione e la speculazione hanno allargato la forbice tra ricchi e poveri: grattacieli ultramoderni e centri commerciali scintillanti convivono accanto a kampung sovraffollati e privi di servizi essenziali. Inoltre, la città affronta una crisi sanitaria ed ambientale legata all’inquinamento dell’aria e delle acque, conseguenza dell’industrializzazione non regolata e dalla scarsa gestione dei rifiuti. Tutto ciò si inserisce in una cornice politica delicata, con la discussa decisione del governo di trasferire la capitale a Nusantara, East Klimantan, nel Borneo, segno tangibile della difficoltà di “salvare” una città soffocata dalle sue stesse contraddizioni, solleva di conseguenza interrogativi sulla fattibilità e sulle conseguenze per gli oltre 11 Milioni di residenti ufficiali della città, che restano comunque esposti a queste crisi strutturali. Il dramma di Giacarta, dunque, affonda le sue radici in una lunga storia di abbandono e arroganza verso la natura. La capitale, fragile già per la sua posizione geografica, non è mai stata difesa né tutelata: amministratori ed abitanti, senza timore di venire contraddetta, hanno scelto di ignorarne la vulnerabilità spingendo invece sul cemento, sull’urbanizzazione selvaggia, sulla conquista di nuovi spazi a scapito dell’ambiente. Le falde acquifere sono state prosciugate, le foreste abbattute, i fiumi trasformati in discariche. La natura, umiliata senza tregua, ha infine ceduto. Giava oggi appare spoglia, indebolita, incapace di proteggere i suoi figli dall’avanzare del mare e dal peso di una metropoli che ha divorato le proprie radici. A rendere ancora più angosciosa la situazione c’è il fatto che gran parte della popolazione non ha alcuna conoscenza reale del problema: sono concetti che rimangono astratti e lontani, mentre la città affonda sotto i loro stessi occhi.

Nusantara, la città promessa

L’idea di spostare la capitale dell’Indonesia non è nata ieri. Da Sukarno a Suharto, fino a Susilo Bambang Yudhoyono, più di un presidente aveva accarezzato il progetto di alleggerire Giacarta dal suo stesso peso insostenibile. La città, costruita su paludi e divorata dall’urbanizzazione, si abbassa di qualche centimetro ogni anno, mentre il mare avanza senza tregua. E così, nel 2019, il presidente Joko Widodo ha preso la decisione che i suoi predecessori non avevano mai osato concretizzare: dare vita a una nuova capitale, lontana dalle acque che inghiottono l’attuale. Tre anni dopo il progetto ha assunto un nome e un volto: la “State Capital Act” ha sancito ufficialmente la nascita di Nusantara , “l’arcipelago” per eccellenza, la nuova capitale dell’Indonesia. La visione è ambiziosa, quasi utopica: una città sostenibile, alimentata da energie rinnovabili, progettata per essere carbon-neutral entro il 2045, anno del centenario dell’indipendenza. Una capitale “nella giungla”, dove la natura dovrebbe convivere con infrastrutture smart, ministeri avveniristici e quartieri verdi. Ma prima ancora che sorgessero i grattacieli, i bulldozer avevano già lasciato cicatrici in una terra abitata da comunità indigene, da foreste pluviali e da una biodiversità tra le più preziose del pianeta. Il cantiere è stato avviato nel 2022, mentre Giacarta si preparava a un nuovo destino. Con l’approvazione del Special Region of Jakarta nel 2024, l’ex capitale ha perso il suo status politico trasformandosi in una regione speciale con un ruolo economico e commerciale. Un passaggio di consegne che ha il sapore della storia. Il 17 agosto 2024, giorno della Festa dell’Indipendenza, Nusantara ha ospitato la sua prima cerimonia ufficiale, ma le celebrazioni sono state modeste, con infrastrutture incomplete, alloggi provvisori e ritardi che hanno ridimensionato l’entusiasmo. Nonostante ciò, il governo mantiene lo sguardo puntato al futuro: l’intero trasferimento, diviso in cinque fasi, dovrebbe concludersi entro il 2045. La sfida è mastodontica anche sul piano economico. Finora sono stati stanziati più di 75,8 trilioni di rupie dal governo Widodo, cui si aggiungono altri 49 trilioni promessi dal nuovo presidente Prabowo Subianto fino al 2029. Ma il vero nodo resta l’investimento privato, da cui dovrebbe arrivare l’80% dei fondi: molto partner internazionali hanno mostrato freddezza, mentre qualcuno si è già ritirato. Nusantara, dunque, è un cantiere aperto e una promessa incompiuta. Un sogno di modernità e rinascita che si erge sulle radici di una foresta antica, ma che porta con sé il peso delle contraddizioni: il desiderio di costruire il futuro mentre il presente affonda.

Da giungla a città: laddove la foresta tace

Nel cuore verde del Borneo, laddove il respiro della giungla si intreccia al canto degli uccelli tropicali, vivono comunità che da secoli hanno imparato a leggere la foresta come un libro aperto. Ogni fiume, ogni albero, ogni radice custodisce un frammento della loro memoria. Sono i popoli indigeni del Klimantan, custodi silenziosi di tradizioni millenarie, oggi messi a repentaglio dall’arrivo prepotente di Nusantara, la nuova capitale indonesiana. I Penan, ad esempio, popolo nomade di cacciatori-raccoglitori, hanno sempre vissuto seguendo il principio del molong: prendere solo ciò che serve, proteggere il resto. La loro lingua, appartenente alla famiglia austronesiana, è un codice che descrive con precisione le sfumature del paesaggio e i loro racconti, tramandati oralmente, raccontano di antenati e spiriti che abitano le radici stesse della giungla. Oppure i Dayak, che comprendono oltre duecento sottogruppi tra cui Kayan, Kenyah e Iban, un tempo temuti come cacciatori di teste, hanno trasformato la loro identità in piccole comunità agricole. Vivono spesso in grandi longhouse (case comuni che ospitano decine di famiglie), simbolo di un’esistenza collettiva e solidale. Parlano una moltitudine di idiomi, molti oggi a rischio di estinzione, e i loro corpi raccontano storie attraverso tatuaggi che segnano status, coraggio e passaggi di vita. Nelle alture del Borneo i Kelabit coltivano riso nei campi di montagna e tramandano una lingua parlata ormai da poche migliaia di persone, mentre i Kayan (precedentemente riportati), noti per la raffinatezza delle loro sculture lignee e delle danze rituali, portano sulla pelle tracce di un passato guerriero. Ci sono poi i Puan Bah, che mantengono vive pratiche funerarie uniche al mondo, come l’innalzamento di torri di legno per onorare i capi tribali defunti, un gesto che eleva la memoria al cielo, ma non solo… il Borneo è uno scrigno di vita anche per oltre 15.000 specie di piante, 6.000 delle quali non crescono in nessun altro luogo del pianeta e tra queste la Rafflesia arnoldii, il fiore più grande del mondo che odora di decomposizione per attirare gli insetti. Gli animali sono altrettanto straordinari: oranghi che si muovono lenti tra le fronde, elefanti pigmei che percorrono i fiumi, gibboni dal canto acuto, orsi del sole, leopardi nebulosi e persino rarissimi rinoceronti di Borneo, oltre le 600 specie di uccelli che dipingono il cielo di suoni e colori vivaci. Insomma, la vita di queste comunità non è mai stata separata dalla foresta. La giungla è scuola, tempio, mercato, madre, è un ecosistema che offre cibo, medicine, protezione e spiritualità. Ogni lingua indigena è uno scrigno di conoscenze ecologiche, capace di insegnare in modo minuzioso i cicli delle piante, i comportamenti degli animali ed i segni del tempo. Eppure, proprio ora che il mondo moderno prova a parlare di sostenibilità, queste voci rischiano di spegnersi. La costruzione di Nusantara, promessa come capitale verde e sostenibile, comporta l’abbattimento di ettari di foresta e lo spostamento di intere comunità ed infine, oranghi, gibboni ed elefanti pigmei perdono la casa, così come le donne e gli uomini che vivono di quel verde da generazioni. “Se la foresta muore, moriamo anche noi”, mi confida un anziano Dayak guardando oltre i campi coltivati, verso il confine dove le ruspe avanzano. Nei suoi occhi c’è lo stesso interrogativo che attraversa i villaggi e le longhouse, una domanda che non trova risposta nelle dichiarazioni ufficiali. Vale davvero la pena di riscrivere il futuro da zero cancellando una terra che esiste da millenni?

Jakarta: jabodetabek e kampung messi a confronto, 2025

Una replica a “Nusantara: il nuovo battito del più grande arcipelago del mondo”

  1. Avatar swiftlygreat5daa126191
    swiftlygreat5daa126191

    Ma non rischiano così di rovinare un ecosistema, e solamente rimandare di qualche decennio il problema??

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